Facebook, l’arma del controllo globale

Muovendoci da una percezione condivisa oltreché dal sottoscritto anche da numerosi amici che si sono espressi sulla questione e sulla oramai tangibile propensione dei Social Networks a divenire strumenti al servizio di un disegno di controllo e di presa sulla vita degli affiliati, rilanciamo un interessantissimo scritto, se non proprio di recente redazione, di sicura pertinenza all’attuale fase che, Facebook in particolare, si stà impegnando a mettere in atto.
E’ dell’anno scorso il dichiarato intento da parte di questa organizzazione di rinnovare lo slancio ad imporre agli iscritti l’utilizzo dei propri dati personali reali, non soltanto nome e cognome, ma anche tutto il resto di quelle informazioni identificative che porgono ai detentori dei monumentali data base di riferimento un catalogo completo di gusti, inclinazioni, preferenze, tipologia di attività, trascorsi storici e collegamenti i quali, una volta rivelati a cuor leggero dai rispettivi titolari attraverso l’implementazione di programmi di verifica accettati da questi ultimi rimarranno come incisi sulla roccia, un tesoro digitale da vendere al migliore offerente o da sottomettere allo scrutinio delle autorità nei casi in cui queste ne facciano richiesta.
Sappiamo che i luoghi della Rete rappresentano una minaccia al mantenimento della nostra privacy, basta utilizzare un browser come TOR per rendersi conto di quanto per ogni nostra azione ( una ricerca su Google o la visione di una video clip utilizzando Flash Player per menzionarne due tra le più comuni ) corrisponda una puntuale procedura cosiddetta di profiling  da parte dell’agenzia che “gratuitamente” risponde alle nostre richieste senza mai mancare di ottenere, celatamente da noi, tutta una serie di altre informazioni che non dovrebbero rappresentare un criterio accettabile se la Rete fosse davvero un dominio dedicato alla libera espressione come ci viene raccontato.

Effettivamente ci siamo ficcati da noi in questo mondo, sembra infatti che non riusciamo più a mantenere i contatti con amici e conoscenti, che non ce la facciamo a vivere senza interagire quotidianamente con gli altri utilizzando queste popolari piattaforme tanto è che moltissime persone stanno gradualmente perdendo le abilità relazionali per incontrarsi, fare piani insieme e conoscere le idee degli altri in prima persona, mettendoci ( appunto ) la faccia piuttosto che farlo da dietro ad un terminale.

Noi sosteniamo che è ancora possibile sottrarsi a questa schedatura di massa, anzi, pensiamo che sia doveroso farlo se riteniamo che la dimensione privata della nostra vita meriti di venire preservata dalle rapaci ingerenze e dalle manie di controllo esercitate da quel manipolo di untori rappresentati da funzionari statali e dai managers delle imprese commerciali private che, insieme, riescono già a carpire fin troppo di ciò che in realtà non li riguarda. Basta pensare alle telecamere installate per le strade, nei negozi, all’interno di condomini e parchi, ai controlli sul territorio effettuati dalla forza pubblica, dalla diffusione degli smart phones i quali gestori, incessantemente, si pongono quale fonte dalla quale attingere per conoscere i nostri movimenti.

Non è vero che la tecnologia è sempre buona e che dipende dall’uso che il potere ne fa, è sempre vero che il potere costituito ( perlomeno quell’insieme di dispositivi che NON promuovono l’interesse immediato delle persone ma che desiderano influenzarle ed opprimerle ) detiene il primato sull’innovazione tecnologica e sulla sua applicazione “civile” e che quindi non potrà che offrirne una fruizione alle masse che sia il più possibile funzionale al mantenimento degli attuali rapporti di forza, alla costante riproduzione dell’esistente.

Qualche giorno fa, durante un confronto con un collega di lavoro, mi è stato detto che “non si può essere contro tutto e che per vivere bene occorre un certo grado di accettazione di questo esistente e di fiducia verso chi lo amministra. Questa posizione di mediazione con il “sistema” è senz’altro utile, ma la vena conformista e conservatrice che la anima ci rende inquieti. Jiddu Krishnamurti sosteneva che adattarsi ad una società malata non è sintomo di buona salute mentale e, nelle circostante, troviamo assolutamente calzante tale ammonimento.

Plutonia Experiment

zuckerberg

Cospirazionismo?
Cospirazionismo, ok. Questa volta però un po’ meno ridanciano e un po’ più inquietante. Riguarda infatti il mondo dei social network e Facebook in particolare.
Oramai anche i sassi conoscono il famoso social creato da Mark Zuckerberg nel 2004, e diffusosi presto a livello mondiale. Da allora conta 70 versioni linguistiche alternative a quella inglese e oltre un miliardo di iscritti che accedono al proprio profilo almeno una volta al mese.
Facebook è il social network più utilizzato e diffuso, quello che genera più introiti pubblicitari, nonché una delle pagine più viste al mondo, terza dopo Youtube e Google. In Italia ben 22 milioni di persone hanno un profilo Facebook, quota che corrisponde al 36% della popolazione nazionale. Siamo all’undicesimo posto nella classifica mondiale degli iscritti. I primi tre posti sono occupati rispettivamente da Stati Uniti, Indonesia e India.
Eppure su questo social ci sono tante controversie, soprattutto riguardo…

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