Berlino Mon Amour

berlin street art 1Il 3 Ottobre 1990 rappresenta un giorno buio per la controcultura: gli spazi sociali occupati, i club fai da te, i luoghi di ritrovo notturni popolati da artisti e spiriti liberi che li avevano trasformati nelle loro case, tutti spariti in nome della riunificazione delle due Germanie di allora, riunificazione al seguito della caduta del muro che divideva l’attuale capitale tedesca avvenuta nel Novembre dell’anno precedente.

Non vi è dubbio che l’esilarante stagione culturale che per decenni aveva reso possibile qualunque cosa in ambito creativo e rivoluzionario si è conclusa 25 anni fa. Per un momento in quegli anni era sorta la fantasia che si potesse lavorare ad una decostruzione del paese finalizzata alla creazione di un sistema connotato dall’esercizio della democrazia diretta, attraverso la prassi della solidarietà come valore pregnante nei rapporti sociali. Questa l’idea che animava i 130 squats nella parte orientale della città, così come nelle aree industriali dismesse e occupate abusivamente, nelle distillerie, nei sotterranei delle banche, nei retrobottega dei quartiri popolari.

A Berlino Est, con l’unificazione, non sarà più possibile, per coloro muniti di un piede di porco e di un progetto da realizzare, trasformare uno spazio inutilizzato in un caffè, in una galleria d’arte, in una etichetta indipendente dedicata alla stampa e alla distribuzione di libri e dischi.
Eppure, un quarto di secolo dopo quegli avvenimenti, appare facile sostenere che le nostre aspettative più buie non sono interamente giustificate. Se è vero che quegli intossicanti anni di sperimentazione e di laboratorio sociale non poterono venire replicati, l’immediato arco di tempo che seguì la riunificazione costituì l’humus per tutta una serie di ingegnosi progetti ispirati dall’incontro tra due realtà completamente differenti nel contesto storico del dopo guerra.

La scena creativa notturna e la comunità artistica berlinese odierne, insieme a quella maggiormente alla moda e mainstream promossa dal motivo commerciale, continuano a garantire modelli capaci di re-inventare e di re-inventarsi in una chiave moderna e globalizzata. La Berlino povera ma sexy, quella dell’Est, divenne meta delle start ups culturali più intraprendenti le quali trasferirono in quella parte della città i propri presidi territoriali.

Alcuni dei fenomeni sociali più significativi e colorati, come la scena Acid Techno, avevano appena cominciato a manifestarsi all’inizio degli anni ’90 in quegli spazi rimasti immuni dalla logica capitalista indipendentemente quindi dalle potenzialità mercantili dei singoli progetti che davano loro impulso e concretezza.

Fuori dal paradigma capitalista il tempo non è denaro e ciò che conta è il collettivo nel divenire sociale di ogni impresa umana.

berhain berlin

Nell’immagine l’ingresso del locale berlinese

I ragazzini che frequentano oggi il club Berghain ne sono probabilmente all’oscuro, ma quella modalità di aggregazione veicolata dalla passione per la musica elettronica ha ragione di esistere non soltanto attraverso il preciso riferimento al clima culturale che si respirava alla fine degli anni ’80, ma anche e sopratutto al vibrante substrato della Berlino Est “risorta” dalle macerie della seconda guerra mondiale e mantenuto in uno stato di quasi ibernazione ad opera del regime politico e dal dogma ideologico comunista i quali esercitavano una potente presa sull’esistente di allora. La mappa della Berlino Est di coloro i quali sfuggono alla leva militare dell’occidente, degli individualisti anarchici, dei travellers, dei gay, degli eccentrici e dei punk rockers più radicali.

La Berlino odierna sarebbe inimmaginabile senza i lasciti di personaggi quali Iggy Pop e David Bowie, di Christiane F., degli Ingegnosi Dilettanti, di Wolf Bierman, delle chiese  di mattoni rossi di Prenzlauer Berg.

Nella zona Ovest di Berlino l’avvento della controcultura prese forma attraverso le comuni di giovani antagonisti dedite all’amore libero emerse durante gli anni sessanta come Kommune I, alle rivolte e alle rivendicazioni del movimento studentesco che misero in discussione l’organizzazione rigidamente autoritaria di scuola e famiglia, emanazioni della morale cristiana  ancorate ai valori borghesi più conservatori e bigotti.

L’inventività della Avant-Garde artistica che si era consolidata durante gli anni ’70 grazie agli attori sociali citati, studenti, punks, e occupanti abusivi, in particolare nei quartieri di Berlino Ovest maggiormente connotati quali Kreuzberg, tuonava con confidente sicurezza, contro l’assurdità di dover vivere una dimenzione esistenziale così oppressiva, in opposizione alla presenza sul territorio di almeno tre eserciti e circondati da un quarto, in un patetico ingaggio derivato dal clima da guerra fredda e di minaccia nucleare che cingeva l’intero continente europeo, in una atmosfera generale che lasciava filtrare le contraddizioni di tale sistema in maniera intensa e puntiforme in quella particolare regione geografica.

Il movimento post-Punk dell’Est invidiava la possibilità alla portata dei coetanei “nel mondo libero” di estraneazione socio politica senza dover subire le ricadute tipiche di un regime socialista dittatoriale. Le bands di allora con le loro liriche, denunciavano l’inaccettabile rischio di dover subire le attenzioni della polizia politica, di finire in galera, qualora si perseguissero stili di vita non consoni al modello socialista o la creazione di forme “non allineate” di produzione artistica che in qualche modo si ponessero in rottura con quella maggioranza silenziosa di cittadini che ne accettavano supinamente il dominio.

L’azione dei movimenti politici e culturali alternativi al sistema in Germania Est, componente determinante dei quali erano le singolarità e i gruppi autonomi che si rifacevano al Punk, giocarono in quegli anni un ruolo più determinante al cambiamento di quanto gli storici abbiano mai dato loro credito. Ma quando la cortina di ferro fù finalmente allentata dai tutori dello status quo di allora, gli intellettuali da una parte, le sacche di marginalità sociale dall’altra, non si lasciarono sfuggire l’occasione per avvantaggiarsi di tale apertura così da spingere,con impeto, verso l’abbattimento delle barriere ideologiche e fisiche contenute dalla diretta espressione e dalla messa in pratica dei propri ideali.

berlin street art 2Nel vuoto venutosi a creare all’indomani della caduta del muro di Berlino non si osservò alcun impulso di distruzione e di saccheggio, ma prese corpo invece una mobilitazione verso l’acquisizione di spazi sociali rimasti vacanti nei quartieri, una interazione tra soggetti diversi all’interno di un panorama liberato da una dittatura di matrice sovietica durata per decenni e ritenuta dai più infallibile nell’azione di controllo e di repressione del dissenzo interno.

Le odierne, costose gemme immobiliari in città vennero occupate e tutti quei progetti di micro società basate su rapporti e relazioni orizzontali piuttosto che gerarchicamente stratificati fecero pensare alla nascita non soltanto di un paese nuovo, ma di un laboratorio sociale le cui prassi apparivano esportabili ad ogni altra grande città europea, il nuovo modello economico adottato, fondato sulla condivisione e sulla solidarietà interclassista sembrava assicurare ad ogni persona coinvolta non soltanto dignità e partecipazione ma anche una quota di edonismo in ogni sua fase di implementazione.

Negli squats e nei locali notturni l’Est e l’Ovest si incontrarono per la prima volta senza la mediazione dei poteri monolitici che da tempo ne costituivano l’essenza e ne determinavano gli esiti. All’inizio di questo processo tale incontro non avvenne sempre in maniera indolore e presto si delineò all’orizzonte una realtà sottovalutata dagli esponenti delle Zone Temporaneamente Autonome in Berlino Est: il processo di riunificazione in atto avrebbe preso una direzione non propriamente evolutiva imponendo alle nicchie di resistenza attiva sia al modello politico socialista che a quello consumista costituite da pochi anche se altamente motivati soggetti un bagno di realismo, la vecchia Germania dell’Est avrebbe assomigliato troppo a quella dell’Ovest, una Germania soltanto più grande, dal Reno all’Oder-Neise assoggettata alle stesse pressioni sociali ed economiche familiari a tutto il resto dei paesi a capitalismo avanzato.

Nonostante il conseguente riflusso, la città di Berlino vive ancora quel sogno libertario di emancipazione da dinamiche votate allo sfruttamento monetario dei corpi e delle imprese umane, una prospettiva di cambiamento non violenta originata dalla base mancata ma che alimenta ancora oggi l’ethos e il senso estetico di uno dei luoghi urbani più fecondi in termini di produzione artistica contemporanea.

berlin street art 3Non a caso la decadente techno city per eccellenza, Detroit, chiese ai protagonisti controculturali berlinesi una mano nell’opera di rilancio creativo delle strutture presenti nei quartieri popolari più decrepiti a seguito della deindustrializzazione forzata del centro imposta dalla classe dirigente americana. Chi conosce la biografia della scena musicale Techno mondiale non ha bisogno di ulteriori dettagli.

Benchè la capacità di accesso e quella, più fine, di saperne apprezzare i tratti non sia patrimonio collettivo di tutti, lo spirito della Germania mancata, quella degli squats e di una maggiore autonomia dall’establishment, rimane memoria vivida nell’immaginario delle generazioni che hanno vissuto quello strordinario periodo storico, che sopravvive ancora oggi nella moltitudine dei progetti originati dal basso attivi nel tessuto urbano di una Berlino preda di un rampante settore privato locale e delle corporazioni sovranazionali.

Il modello unico di organizzazione socio-economica accettato dalla medesima maggioranza silenziosa che da sempre costituisce il più prezioso collaboratore di legislatori, governanti e specialisti nel mantenimento dei loro privilegi, prevale nei decenni che seguono le vicende ripercorse in questo articolo.

Il riverbero della controcultura berlinese degli anni ’90 un rumore di disturbo al quieto, rassegnato vivere metropolitano che “distingue” nella sua omologazione qualsiasi altra grande città occidentale.

The Droid

dall’elaborazione di un pezzo del giornalista Paul Hockenos apparso su Al Jazeera

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